| 2002.08.08 - All About Jazz |
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Intervista a Giulio Granati All About Jazz: Hai cominciato a studiare pianoforte in tenera età, partendo dalla classica per poi arrivare al jazz passando attraverso altri stili. Cosa pensi di aver assimilato da queste diverse esperienze? Giulio Granati: Gli studi lassici penso siano alla base della tecnica e della conoscenza dello strumento che poi ti consentono di scegliere la strada da percorrere. Il passare attraverso diverse esperienze musicali, se hai la giusta sensibilità, ti permette di cogliere le sottili sfumature del "bello" che può trasparire dalle più diverse forme di espressione musicale. AAJ: Confermi il fatto che un background classico possa dare una sensibilità maggiore nel gestire le dinamiche, avendo studiato musiche in cui c'è molta differenza fra un piano ed un pianissimo (differenze più "livellate" in altri stili)? G.G.: Certamente. Ritengo però che un background classico riesca a dare una capacità maggiore nel gestire le dinamiche e lo strumento in genere, più che una maggiore sensibilità tout court (che uno può avere a prescindere dagli studi fatti). A volte, i limiti espressivi di un musicista possono non coincidere con quello che è in grado di fare; basti pensare ai grandi talenti naturali, che, non confortati da solide basi, spesso non riescono a migliorare al di là di un certo livello. AAJ: Se potessi rinascere, ferma restando la passione per la musica, ricominceresti dal pianoforte? G.G.: Senza dubbio. Tuttavia, durante gli studi di contrabbasso che ho intrapreso da adulto presso il Conservatorio di Como al solo scopo di arricchire la mia conoscenza sugli strumenti, il mio insegnante mi ha detto che il mio strumento principale sarebbe potuto essere il contrabbasso. AAJ: Ricordi qualche episodio in particolare che ti ha permesso di diventare un musicista professionista? G.G.: Si, un giorno mio padre mi disse: "se non vuoi più andare a scuola, puoi venire a lavorare con me" (mio padre suonava la chitarra). Avevo sedici anni, problemi di tipo ideologico con la scuola (avevo iniziato gli studi classici), e non me lo sono fatto dire due volte! AAJ: E cosa e dove suonavate con tuo padre? G.G.: Con lui mi sono 'fatto le ossa'; ho imparato a conoscere tanti degli standards che suono ancora oggi. Suonavamo in quei club, balere o night club, dove - "quando non c'era gente" - si poteva suonare buona musica ed io potevo imparare . AAJ: Tempo fa eri in trio con il chitarrista Gigi Cifarelli ed il contrabbassista Paolino Dalla Porta. Di sicuro era un progetto impegnativo soprattutto per la difficoltà nell'amalgamare due strumenti armonici simili come la chitarra ed il pianoforte. G.G.: Il trio con Gigi e Paolino, più che un progetto è stata una bellissima esperienza, purtroppo molto breve, ma io a quei tempi (circa venti anni fa) ero ancora alla ricerca di un'identità musicale. AAJ: Parlaci del gruppo Musaik. G.G.: Musaik, più che un gruppo, è stato un logo, un marchio con un'impronta decisamente jazzistica - boppistica direi - intorno al quale nella seconda metà degli anni '80 hanno ruotato diversi musicisti. La formazione alla quale ho dato lo stesso nome nella seconda parte degli anni '90, invece, ha rappresentato la fusione delle due strade che avevo percorso parallelamente nel decennio precedente: il jazz e la musica colta europea. Christian Gilardi, il flautista con il quale ho registrato Cornici & Children's Songs, Alchimie e Note di poesia (per intenderci: tre prodotti di chiaro stampo classico, sullo stile dei "Dreams" del mio ultimo album solistico [per leggerne la recensione clicca qui), si è unito al trio con il quale suonavo jazz (Across my Universe) ed è nata la sintesi delle due cose (In Town), il primo passo significativo verso quello che sono ora. AAJ: Nel tuo pianismo spesso riecheggiano le armonie degli impressionisti francesi, come Debussy. Parlaci del tuo rapporto con questi autori. G.G.: Non è la prima volta che mi si accosta agli impressionisti francesi ed in particolare a Debussy, anche se io non ho mai avuto un rapporto particolare con loro; personalmente ho amato di più alcune diramazioni di quel movimento come ad esempio Albeniz. Amo l'impressionismo come forma d'arte, l'evocazione delle atmosfere filtrata attraverso il proprio stato d'animo. Così come accade nella pittura dove le immagini si completano con la luce, nella musica i suoni, i silenzi, le dissonanze, danno corpo al "paesaggio sonoro". Determinante penso sia stato anche il modo di armonizzare dei compositori di questa corrente, che - dopo quella dei romantici - ha gettato le basi dell'armonizzazione del jazz moderno, con l'uso frequente di settime e none, le dissonanze, le scale esatonali. Sono questi elementi che hanno avuto un grande peso soprattutto per quei musicisti di jazz che hanno le radici della loro musica in un background colto, europeo, più vicino alla loro cultura e stato sociale (il jazz di musicisti bianchi, da Lenny Tristano in poi) di quanto non fosse il jazz nero. Di questo si potrebbe parlare in eterno, per cui è meglio smetterla qui, sperando di essere stato esauriente. AAJ: Un tuo pensiero per ciascuno di questi musicisti: Bill Evans: G.G.: La forza del dolore Thelonious Monk G.G.: Non è così determinante ciò che fai, quanto "come" lo fai Duke Ellington: G.G.: La raffinata bellezza della genialità Miles Davis: G.G.: Miles ! Henry Mancini G.G.: il trionfo della semplicità Keith Jarrett: G.G.: Che strumento il pianoforte, quanti suoni ha! AAJ: Dalla tua musica appare evidente una forte affinità col pensiero di Bill Evans, in particolare per quanto riguarda il lirismo del pianoforte e la capacità di manipolare una linea melodica. È corretto accostarti a questo artista? G.G.: Bill Evans è il mio padre spirituale, il faro che mi ha illuminato quando famelicamente ascoltavo di tutto per cercare di capire, la fonte di ispirazione che mi ha fatto trovare quello che cercavo. Un accostamento a lui, corretto o no, per me non può che essere motivo di grandissimo orgoglio ed un onore. AAJ: Lo hai studiato da subito, o ti ci sei avvicinato successivamente? G.G.: No, il mio primo approccio cosciente con il jazz è avvenuto tramite la musica di Oscar Peterson, del quale mi colpiva il virtuosismo; ero un ragazzino, in casa mia si ascoltava quel tipo di musica, armonicamente abbastanza abbordabile; e così ho cominciato a leggere tutte le pubblicazioni su cui comparivano le sue acrobazie. Bill Evans è arrivato un paio d'anni dopo e mi ha stregato; ero più maturo e sono convinto che non mi avrebbe colpito con la stessa forza se avessi ascoltato lui come primo pianista di jazz. AAJ: I tuoi due ultimi dischi, MyFirst Pair Of Glasses e Dreams, sono costruiti su tue composizioni. Ti stimola molto scrivere? G.G.: Comporre è la cosa che mi stimola maggiormente, un bisogno. Tutti i miei dischi sono costruiti attorno a mie composizioni, se si esculde il "Live at the Principe Leopoldo", in trio con Franchino D'Auria e Luca Garlaschelli (in cui canto anche...), dove vengono eseguiti standards e songs. AAJ: Qual è il tuo approccio allo strumento nell'interpretazione di temi di altri autori, come sono gli standards? G.G.: Amo moltissimo gli standards e devo dire che con il mio attuale trio ho ripreso a suonarli spesso dal vivo, ora che l'equilibrio e l'intesa che abbiamo raggiunto ci permette una "rilettura" caratterizzata da un modo di pensare che abbiamo in comune. Lavoriamo molto per essere una "cosa", più che un trio. Penso che per cimentarsi in un repertorio di cui ci sono state consegnate gemme preziose dai più grandi musicisti nel corso di tre quarti di secolo, bisogna essere pronti, per farne qualcosa di veramente personale. Non escludo di registrarne qualcuno nel prossimo futuro. AAJ: Adotti mai il metodo di comporre inventando nuovi temi sulla struttura armonica di uno standard che ti stimola particolarmente? G.G.: No, soprattutto perché le mie strutture sono ben lontane da quelle degli standards, se si eccettuano un paio di "divertimenti" come "Just awake" o "Good morning", che sono un voluto riferimento a quel tipo di musica. AAJ: Qual' è la dimensione artistica (trio, quartetto, solo ecc..) in cui senti di poterti esprimere meglio? G.G.: Sicuramente piano solo o trio, se è come quello che formiamo con Riccardo Fioravanti e Silvano Borzacchiello (durante il concerto di Roma ho smesso di suonare per andare a abbracciarli, tanta era l'emozione che riuscivano a trasmettere!) . AAJ: Parlando del tuo ultimo lavoro Dreams, in piano solo, quali sono i vantaggi e gli svantaggi di questa particolare situazione? Ti prepari in mondo diverso, soprattutto nell'organizzazione del discorso musicale? G.G.: Certamente prepararsi per un disco da "solo" è diverso, lo metto sullo stesso piano della preparazione che richiede una performance di musica classica, vista anche la natura delle composizioni. Ogni nota va "soppesata" e ogni composizione va affrontata come faresti cimentandoti in opere altrui. Naturalmente nell'improvvisazione puoi godere della massima libertà, che come contropartita non è niente male ! AAJ: Sei un tipo "metodico" nella costruzione degli assoli, o preferisci abbandonarti totalmente alle sensazioni del momento? G.G.: A parte il rispetto delle strutture, specie se suono con altri musicisti, la mia improvvisazione dipende esclusivamente dal mio stato d'animo del momento: solo istinto, cerco di entrare nella la musica che è "dentro" di me. Non ho nessuno schema e non ho mai studiato un'improvvisazione di un altro musicista in vita mia. Generalmente suono quello che canticchio mentalmente, sfruttando più che la teoria delle scale e degli accordi, il mio orecchio. Un'improvvisazione è poi una melodia estemporanea, se hai buon orecchio valuti gli intervalli di ciò che canti o hai in testa e lo suoni, tutto qui. AAJ: Come ti poni di fronte a stili come il free jazz dove è l'abbattimento di forme e strutture a guidare la musica? G.G.: Il free jazz è stata sicuramente una significativa manifestazione del contesto storico-sociale in cui si è sviluppato, non puoi suonare certe cose se non le hai dentro, se non le respiri, ed è per questo che io mi pongo nei suoi confronti come un bianco che non ha vissuto quello che hanno vissuto i neri americani in quel periodo. Non confondiamo però free jazz con improvvisazione. AAJ: Spiegaci meglio G.G.: Intendo semplicemente dire che, " musica improvvisata " non va sempre tradotto "free jazz", che, come ho detto, etichetta una fascia di storia americana. Io faccio musica improvvisata, ma non mi sento di etichettarla in quel modo, anche quando improvviso in maniera del tutto libera, free. Il background è diverso, un'altra cosa, non me la prendo con nessuno, esprimo uno stato d'animo sviluppando estemporaneamente delle cellule, che vengono anche dalla mia cultura musicale. AAJ: Come nascono i titoli dei tuoi brani ? G.G.: I titoli dei mie brani sono quasi sempre legati a situazioni, fatti o persone della realtà. AAJ: E per la numerosa serie di "sogni" immortalati nel tuo ultimo disco? G.G.I "sogni" sono quello che ti metti a scrivere di getto, perché già lo sai, lo hai sognato. Sono le immagini che ti restano quando ti svegli, bevi un caffè, vai a sederti al pianoforte e quando ti alzi... è fatta AAJ: I famosi tre dischi che porteresti nella famosa isola deserta... G.G.: Se rispondessi a questa domanda, direi sicuramente delle cazzate, specialmente a me stesso, perchè in ogni caso sull'isola deserta mi pentirei di aver portato un disco piuttosto che un altro. Perdonami ma non ci riesco . AAJ: Sei un didatta? Cosa cerchi di trasmettere ai tuoi allievi? G.G.: Si, insegno, anche se molto poco, poiché ultimamente il mio tempo è veramente limitato e privilegio le attività che mi danno qualcosa in più, specialmente considerando che la maggior parte di quelli che vogliono imparare a suonare non sanno neanche perché lo fanno e spesso sono addirittura i genitori che mandano i figli tanto per tenerli impegnati. Quello che ho sempre cercato di trasmettere è che, in primo luogo, la musica è l'arte dei suoni per mezzo della quale si esprimono sentimenti" e, in secondo luogo, bisogna suonare quello per cui si è portati, quello che si ha veramente dentro: se non hai il jazz dentro, non è un disonore, puoi fare bene qualcosa d'altro. AAJ: Progetti per il futuro? Il progetto più immediato è la realizzazione del nuovo disco con Riccardo e Silvano, dal quale mi aspetto molto perché siamo tutti e tre molto coinvolti nel progetto, abbiamo un ottimo rapporto umano e da questo non può scaturire che qualcosa di bello! Naturalmente ci saranno altri concerti in trio e da solo. Luigi Sidero |